Neurodisney Piove. Passata l'ex dogana di Modane, s'è fermi. Il finanziere ha strascicato una torcia lungo i corridoi e se n'è sceso. I compagni di viaggio tacciono, non dormono, ne sento il respiro, stiamo ad occhi sbarrati su lampi di luci, rumore di treno, odore di plastica e pioggia che sgocciola qua e la. Almeno son piccolo, non mi devo cacciare in gola le ginocchia, su sti strapuntini allungati che chiaman cuccette. Due di notte, tra sei ore Parigi. Ultimamente sogno. È una novità, prima le notti passavano sospese tra due giorni come un palo tra due spanne di filo elettrico. Non so cos'abbia modificato che. Spesso non so neanche più cos'abbia sognato, ma la certezza d'esser stato parte d'un insieme notturno, rimane poi di giorno. A volte ho persino l'impressione che i sogni continuino tra una notte e l'altra. Stò imparando poi, ancora non son bravo, a sognare in lassi brevi di tempo. M'ero prefissato di farlo stanotte, ma tale è lo sforzo di sostituire immagini a quel nero solito cupo, che non dormo. Sarà il movimento o l'eccitazione del viaggio. Imparerò anche questo. Al colloquio m'ero incravattato, dieci di mattina, arrivammo in un angar di periferia torinese addobbato a moquette blu, porte lucide, metalli, ampie vetrate. Eravamo tanti in una classetta con televisore. Una signorina dirigeva le operazioni, parlava francese. M'accodavo, parlavo due parole e non capivo nulla. La signorina era alta, si disse olandese, raccontava sorrisi, biondina e trasparente. Vedemmo un video. Pirata ridanciano con pappagallo, paperino, topolino, gente, gente. E poi Parigi, di giorno, di notte, i locali, la Senna, settembre, sole, Prevert (ma ce lo misi io Prevert o c'era veramente? non ricordo). Sibilo, freni. Pali di luce in frequenza maggiore. Mi sento tirato nel senso di marcia, attesa infinita che il treno si fermi. Qualcuno di sotto si gira. Sospira. Quello di fianco lo sente, solleva un braccio, porta il polso quasi fino al naso, c'è luce fuori, il treno sta fermo, s'aspetta con ansia che parta, stipati si vede che anche il vicino di lato aspetta e sospira. Degli altri si sa. Il treno riparte. A due a due facemmo i colloqui. M'ero studiato che dire, "mi chiamo Gianni, nato a Torino, il, parlo francese e inglese, ho fatto l'artistico, scuola d'artisti e per questo vorrei lavorare per voi. Mi piace ridere e scherzare, sono flessibile, puntuale, ho l'hobby della danza ..." "Della danza?" ... m'interruppe trasparente e interessata la chilometrica olandese, io non seppi che dire (non pensavo sarebbe stato argomento da approfondire) e tacqui. "Mi scusi, ma lei quanto è alto?" Arrossii e lei pensò che non avessi capito, ripetè, risposi: "un metro e cinquantadue". Chiese se avessi voglia d'indossare un costume, si, insomma di fare il personaggio ... "di fare il personaggio? ... ma certo." E tanto mi raccontò, spiegandomi che la mia era un'altezza perfetta per fare tanti personaggi diversi, minni, topolino, ovviamente, ma tutti gli altri anche, tutti, tranne paperino, forse ero troppo grande e pippo. Avevo problemi fisici? No. Firmai un contratto a durata indeterminata, a partire da novembre. Dopo la firma continuò a parlare, mi diede un pacco di spiegazioni, come arrivare, ma era tutto scritto e il meccanismo era oliato, in estate si arrivava fino a dodici mila impiegati. Il mio compagno di colloquio non fu assunto, non parlava francese (lo parlava come me), era alto uno e settanta e non ballava: " ... torni in giugno, sa, ci sono più possibilità ..." sorrise eterea l'azzurrina e s'alzò porgendoci la mano. Tornai a casa, festeggiammo "e poi proprio quello che hai sempre sognato", "... ma così senza provino? ... ma mi formeranno." I miei erano contenti, io anche "... e poi un milione e otto, no dico uno e otto, vi rendete conto, al primo impiego, marchette e pensione". Mia madre rideva, "manderai soldi". Affiorano uomini, le sei, s'intravede un chiarore. Vado in bagno ad evitar code, mi rado, mi lavo, metto il vestito. Sento addosso l'odore di viaggio. Esco, semiaddormentati in bilico su piedi, aspettano malmenati dal treno, di la del corridoio anche. I coinquilini han disfatto i letti, sono seduti, sorridono vedendomi entrare, mi vergogno, han disfatto anche il mio. "Il treniere", dal vocabolario paterno per bambini, riporta biglietti e carte d'identità, preciso, da a ognuno il documento giusto, sorride, prosegue, ha dormito poco. Seconda classe, il viaggio è costato un occhio, mia madre m'ha dato un milione, io ne avevo un altro, sui fogli che m'avevan dato al colloquio c'era scritto che bisognava averne cinque (ma da dove li prenderà cinque milioni un disoccupato?). "Signore e signori stiamo arrivando a Paris Gare de Lyon, uiareraivi et liostascio". Cappotto, valigia, da un'ora le case s'agglomeravano vieppiù, crescevan d'altezza e grigiore divorando verdure. Continua piovere, fino fino. Si rallenta, stridore, respiro sospeso, stridore, s'arriva, stridore, stridore, marciapiede, stridore, gente che aspetta, si scende. Col passo dei piccoli vado al centro informazioni, parlano italiano, bene. La metro, i biglietti di sotto, direzione, "scriva", Marne la Vallee Val D'Europe. Scale mobili, gente, cartelloni e cartaccie, il solito. Biglietto, 38 franchi. Cosa? 38 franchi il biglietto, calcolo, dodici mila lire? "Se vuole può fare l'abbonamento ..." "No, sola andata", poi si vede. Mi getta nel piattino un bigliettino verde e due monete, dietro di me c'è fila. Devo infilare il biglietto in una fessurina per fare aprire una porta, un francese mi s'incolla alle natiche, la porta si chiude di scatto dietro di lui. Imparo. Il treno si riempie di turistiche faccie sgargianti e ombre silenziose. Parte. Si susseguono periferie, continua a piovere, la luce al neon dei vagoni muta in ombra persino i turisti, solo i bambini rimangono tali. Penultima fermata a bitume e sterpaglia. Poi il giallo si tramuta in erbetta curata, un cartello preannuncia la luce, i turisti ritornan turisti, le ombre si chiudon di più nei cappotti, si arriva in una stazione priva di sporco, in vetro e metallo, scale mobili s'intrecciano in plexiglas, telefoni e insegne, macchine in affitto. Marne la Vallée, Gare TGV. Arriva insieme a noi il treno superveloce da Londra, due ore e cinquanta, passa dal tunnel, di lì non scendono ombre. "Buongiorno, mi chiamo Gianni, sono un nuovo assunto ....", "Aspetti!". Scompare dentro un capannino, telefona, armeggia, esce chiedendomi il contratto d'assunzione, "non risulta" dice e scompare di nuovo. Dietro di me, fila d'ombre, torna a smaltirle, riscompare. Infine, sorride " ... prenda l'autobus, dica al conducente di scendere al customing e di andare all'housing ... non risulta, ma almeno li sapranno qualcosa", fila d'ombre, vado via. I cappotti sull'autobus sono colorati, contengono ombre, lavoreranno fuori oggi, continua piovere, brezza cattiva penetra tra le giunture scorticate delle porte. Mi fa cenno l'autista, scendo. Su una macchina è caduto un meteorite, stà schiacciata sotto la pioggia, all'entrata. A quell'ora si sussurra, non c'è nessuno, tutti nel parco, domando, arrivo all'ufficio, non risulto, "si segga". L'ufficio è un ufficio, foto sui muri, Chichi (sindaco di Parigi) festeggia la scelta di costruire qui il Parco, avrebbe poi dovuto testimoniare per una serie di scandali, mi pare, ma come presidente della repubblica ha preferito astenersene. Mi chiamano, "può scegliere, mi dice, tra un letto in un appartamento per quattro, uno in un monolocale per due o un monolocale da solo, si tratta d'una soluzione provvisoria, massimo fino a Marzo, poi dovrà trovarsi casa da solo. I costi sono di rispettivamente 1500, 1500 e 2500 franchi al mese, una mensilità di cauzione, deduciamo direttamente dallo stipendio (4800 franchi)." Opto per il monolocale in compagnia, almeno si conosce qualcuno. Certo che in venti mq bisogna cascar bene e andare daccordo. Pago la cauzione. Mi si dice di lasciar lì la valigia e che questa sera poi qualcuno m'accompagnerà all'appartamento. Viene un volto severo, a un cenno lo seguo, fuori gli uffici m'affida ad uno spilungone con una salopette rossa, sorride di traverso, "salut mickey" (michè) mi dice e incomincia a parlare, dobbiamo esser buffi visti di lontano penso e non capisco che stralci del fiume di parole che mi sommerge, glie lo dico, ride, parla piano, capisco, sorrido e son risommerso, lo seguo, devo imparare a comprendere velocità. I miei passi nei suoi ci stan tre volte, dice che devo farci l'abitudine, quì per non morire si cammina o si aspetta l'autobus, che non passa e quindi meglio camminare. Sono tutti angar quelli che ci circondano, d'ondulato bianco e grigio, tirati su dall'erbetta intorno, "quì non c'era nulla, risponde, han fatto tutto in qualche mese", contorni a ghirigori, musica, "di là c'è il parco, lo conosci?". "No, non so neanche immaginarlo, un parco." Lo guardo, mi squadra, sorride, "almeno i fumetti li consoci?" "Si", "il resto s'impara." Si chiama Christophe. "Hai fame?" Andiamo a mangiare, la mensa è nascosta in un altro edificio, la musica si sente forte, sempre la stessa, ragtime anni venti, si entra, rumore di piatti e posate, stridore di voci, ombre vestite a colori aspettano in fila l'hamburger. Christophe prende un'insalata, "alla lunga sta roba disgusta", in cassa chiedono 20 franchi, mi dice che ogni giorno, fino a un massimo di 20 franchi la ditta paga il 50% del pasto e che quindi più d'un pasto al giorno non ci riesci a fare. Calcolo, un pasto al giorno per 20 franchi, sono 400 franchi al mese di mensa. Si torna indietro, camminiamo sempre allo stesso ritmo, mi chiede se sono Pedè. Non capisco, lo guardo, mi riguarda, camminiamo, mi dice "... si insomma sei gay?" Arrossisco, "no" gli dico, "perchè?" "Io neanche, ma quì la maggiorparte lo è ...", "quì dove?" "In questo edificio ci siamo noi, gli artisti, i ballerini, i personaggi, e la maggior parte è gay." Guardo l'edificio, è bianco come gli altri, come gli altri ha porte e finestre in alluminio. Entriamo, ambiente da "saranno famosi ", gente che gira in body e scaldamuscoli, sale di specchi, graffiti sui muri di personaggi Disney, le donne si permettono bigodini, gli uomini hanno i capelli corti. Tute blu con sigletta, E.P.C., nessuno ricorda cosa significhi, scarpe da ginnastica nere. Mi guardano, qualcuno sorride, "salut michè". Mi spiega Christophe, non è un caso che la maggiorparte della gente sia omosessuale, li si raggruppa in quell'area, li si spinge al contatto, loro sono contenti, dimenticano il lavoro, sono motivati a venire, tengono botta. " E noi?" domando, "... noi siamo diversi tu sei uno e cinquanta, io uno e novanta, noi siamo eccezioni e quindi non vanno per il sottile, ci recrutano e basta solo per le caratteristiche fisiche, ce n'è poca di gente come noi disposta a fare il personaggio." Ma non mi devo preoccupare. che la stessa cosa succede per gli etero, le case della ditta sembran studiate a posta (e forse lo sono) per permettere feste e ricreazione tra impiegati, purtroppo mi spiega sono arrivato in novembre, d'estate c'è più gente, tutti giovani che vengono dal nord a imparare il francese e a divertirsi ... s'interrompe sorride incerto, mi squadra, sorride di nuovo e mi chiede, " sarai mica un fox?" ... non capisco, " un agente, spiega, mandato dalla direzione a sondare gli umori degli impiegati, no, conclude, sei troppo giovane, quanti anni hai?" " ventuno". È notte, comincio a distinguer rumori, ciclicamente spara un cannone, mette in orbita urla, la musica non la sento più, passano macchine, vado a recuperare la valigia, mi si consegnano chiavi, Christophe mi porta con la macchina a casa, arrivo, "il monolocale è vuoto", dice il receptionist (fortuna). Si trova in costruzioni bianche, americaneggianti, anni sessanta, belle, penso, si entra, il linoleum grigio è pieno di bruciature di sigarette, odore indefinito di fumo e altro percuote le narici, si apre la porta, l'appartamentino pare pulito, la persona della reception tratta malissimo. Soldatescamente apre e chiude vani, elencandone contenuti, tot bicchieri, tot forchette ecc. Poi ci lascia lanciando un'occhiataccia residua. "Ah, les cast members ..." Sospira Christophe deglutendo in gola l' "ers" e dice, "siamo barbari, distruggiamo tutto, rubiamo posate, spegnamo cicche per terra, siamo sporchi, attiriamo scarafaggi, facciamo rumore, rubiamo. Noi siamo gli impiegati, lavoriamo male, eppure necessari e come tali ci tollerano e ci concedon la grazia di affittarci questi sontuosi spazi." Scuote la testa, "hai fatto la carte orange? ... l'abbonamento agli autobus?" "No, rispondo, quanto costa", a seconda, se vuoi un abbonamento fino a Parigi intorno ai 500 franchi, solo per fare avanti e indietro dal lavoro invece sui 150, e comunque a seconda di dove abiti, l'azienda te ne rimborsa una parte." "Cioè se abito quì, nei suoi appartamenti, mi rimborsa di meno ..." "Bravo, sorride, il meccanismo è proprio quello." "Ma perchè gli affitti costano tanto?" "Gli affitti rispetto al mercato non sono i più cari, sono nella media, e diventano competitivi perchè tu non avresti nessuna chance di farti affittare altro. Arrivi e hai il periodo di prova, non hai referenze perchè vieni dall'estero, non hai soldi per la cauzione che di solito è di due o tre mesi, chi vuoi che si fidi di qualcuno che per di più ha quattromilaottocento franchi in busta paga?" Torniamo giù, qualche luce accesa alle finestre, i lampioni schiacciano a terra l'ombra di Christophe, l'ombra d'un ombra e la mia. Gli stringo la mano non lo vedrò per tre giorni, formazione alla Disney University, all' Hotel New York. Tutto tace, ha smesso di piovere, il vento s'è zittito, qualcuno in una cabina si schiaccia contro l'angolo di vetro, telefonando. Aspetto, chiamo casa, "tutto a posto" dico col tono solito, di chi ancora non ha capito nulla, ma sento scricchiolare fessure d'un giorno passato a diventare baratro. Tornando svanisco sovrappensiero di grigio in buio, lento il vento mi stempera in blu, l'ombra d'un ombra compare per terra, un tratto più incerto di quello d'ombre normali. Non è brutto ne bello, ne freddo il cielo di qui. Mi sveglia un rumore, i muri son bianchi, guardo d'intorno, il vetro rigonfio di luce. Grigia, diffusa, incrinata, luce perpetua, mai generata e di giorno risorta. Un raggio di sole ingrigito, raggio soltanto ... che arriva imbrunito. Non gli ho mostrato il biglietto, salendo. La coda dell'occhio s'allunga a squadrarmi, son già passato, incollato alle natiche d'una ragazza davanti che poi m'ha sorriso. L'autista ha taciuto. Seduto, poggio la fronte sul vetro. Clint Eastwood campeggia in distanza s'un megaschermo. Ci si passa davanti, Hotel Santa Fe. Pueblo sudamericani, dice la guida, favelas piuttosto, cubetti in cemento, Hotel di terza categoria. Di la un grattacielo blu, verde e rosso, l'hotel New York, cinque stelle, politica di rappresentanza, due stelle Santa Fe, cinque New York, scendo. Mele e ritratti di Merilyn, m'accolgon trionfanti, la mela è simbolo di New York e Warhal ne è la cultura, la pista di pattinaggio ricorda atmosfere Woody Alleniane, newyorkesi, invernali, ma tutto questo non era contestazione? ... mi domando, ma vengo afferrato per un braccio e mi si chiede se sia venuto per il corso. Una donnetta canuta, dal volto in sorrisi, mi squadra, le dico di si. In un aula s'affollano ombre, si sente odor di caffè, cornetti, la frutta decora. Mi servo. Qualcuno, si sente, parlotta in francese, italiano o spagnolo, lingue povere, dice Christophe, lingue di paesi in crisi economica, gente che viene, supera l'ostacolo della lingua e rimane, non come i tedeschi diceva, ne come la gente del nord, gente che viene, impara la lingua e riparte contenta; al massimo stanca, ma che comunque va via. Sono da solo, m'aggrego a una coppia, così per istinto, gente del sud. Nicola e Rosaria, partiti di corsa da Napoli, arrivati stamane, han dormito due ore da un amico in Isvizzera, abitano anche loro da me. "Sai giù non si lavorava". Han caricato la macchina e sono scappati, neanche sicuri d'avere un posto, un amico li ha aiutati, un ex manager napoletano, Carmine, ora studia in Danimarca, ma ha ancora buoni contatti, si sposano a aprile. Ci chiamano dentro, il giorno comincia, sani principi, famiglia, sorrisi e utilità, il sogno americano francesizzato, l'emozione d'un bambino di fronte a topolino, mi sento chiamato in causa, gli obblighi, la motivazione, il rispetto, insomma un'educazione generale. E poi l'architettura del parco, sei alberghi, il campeggio, da due a quattro stelle, tutti vicinissimi al parco, ecco la cartina, ettari e ettari di struttura. Giochini , contro giochini, costruiamo uno spettacolo, improvvisiamo, divertiamoci, facciamo la squadra, usciamo a vedere la struttura. Seri seri Nicola e Rosaria mi guardano e han l'aria di dirmi, tutte cazzate. Mangiamo poi insieme, Nicola qui c'è già stato, tre anni fa, guidava macchinine d'epoca, le cose non sono cambiate, quasi tutti sono andati via, chi è rimasto è perchè l'han promosso oppure perchè terrorizzato. "Già, mi chiede, in qualità di che cosa si rivende uno che da anni guida macchinine nel parco?" Nicola m'ha detto che ha vinto un concorso da doganiere, secoli fa, il posto fu dato ad altri, da dieci anni è in causa contro l'italico stato, ora pare si vinca, "chi sa, forse si torna o forse si va in una qualche frontiera ghiacciata", "tipo Modane", dico, "tipo Modane" ripete e lo sguardo si vela ad entrambi. A sera si torna insieme, c'è gente che ride d'intorno, il loro monolocale non è nello stesso edificio del mio, loro hanno un balcone. Mangiamo insieme, pasta al sugo, dalle riserve portate da Napoli, su di un muro campeggia la foto del golfo di giorno, sull'altro la notte. "Sai perchè sei stato assunto?" Mi chiede Christophe, "perchè i topolino durano poco", continua, siamo nell'angar da artisti, lui è vestito da pippo, dingo si dice da queste parti, "prendi la maschera" me la da, è pesantissima, "quasi tre chili", mi dice, "ma questa è la mia, la tua, quella da topolino ne pesa due e mezzo", procede con gli scarponi ciabattanti in un altra stanza. Lo seguo, c'è un bancone davanti a scaffali colmi di teste mozzate ai personaggi, tic e tac, paperino, topolino e altri sconosciuti. Più in basso, le pancie, i calzoni, tutto colorato, guanti. Ho gli occhi pieni di pezzi di sogno, rivedo sezioni di statua romane, un piede di qua, un torso di la. Teste da sole non se ne vedono molte.Vedo i monumenti nazisti di Norimberga e non so che pensare, come in dormiveglia vedo le maschere popolare gli spalti, la piazza d'armi, sento rumori d'aereo, cani che abbaiano, vedo quei pezzi di statua, le loro forme ariane, sorridere allegre e diventare pupazzi e topolino nel mezzo mi chiede "Sai perchè t'hanno assunto?" ... e un riflettore alto 40 metri m'inquadra nel buio e le statue si spostano, anche quelle decapitate si voltano a sentire sui petti ariani, l'alito della mia risposta, "Sai perchè t'hanno assunto?" in urlo riecheggia "assunto - ssunto - too". "Perchè i topolino durano poco?" Domando a Christophe, "prova a ballare, risponde, con due chili e mezzo di plastica poggiati sulle spalle, per un'ora di parata, tre volte al giorno, sei mesi, poi mi dici della tua schiena, dei dischi, delle ernie o semplicemente dei rumori costanti che senti la notte ... che all'inizio non ci fai caso: scricchioli, è già successo, risuccederà, ma poi succede sempre ... e allora ti fermi, ti distendi e aspetti di star meglio ... ma poi succede "in scena" durante una parata, magari all'inizio e allora che fai? ... ti fermi? ... blocchi tutti, la musica, tutto? ... no continui, e ti senti scricchiolare ... ad ognuno di quei passi obbligati, e li conti, e conti quanti ne manchino, ma in un'ora di spettacolo ne mancano tanti e ti prende il panico e allora ti muovi di meno, ti agiti meno ... ma poi la vuoi andare a fare quella tournée in Italia per la quale stan facendo le selezioni? E allora ti rimotivi, e ti spacchi del tutto." Verde, quei colori diventano verde militare, divise e caschi sugli scaffali, il faro si spegne, Norimberga di notte è spettrale, i barboni del falso colosseo, fanno un fuoco di cartone per scaldarsi, tra le crepe del marmo, cemento e calcestruzzo, ricordo mio padre mi disse, ora andiamo. "Ma tu perchè rimani?" Sorride Christophe, sono sei anni che è li, sorride, sta zitto, alza la mano, in un gesto distante ... saluta un passante, mi danno un vestito civile per accompagnarlo su scena. Si mette la maschera, ho un completo a quadretti anni trenta, usciamo. Torme di bambini a caccia d'autografi, il genitorame segue suo malgrado la scena da dietro l'obiettivo di macchina fotografiche o cineprese, se un bambino viene scansato da un altro, il relativo genitore viene a rendere giustizia, innescando reazioni infinite. Bado solo a che non sia coinvolto Pippo. Pare che di risse con il pubblico ce ne siano state parecchie. La gente continua a correre, appena avvistato in lontananza il personaggio i bambini scattano, urlano, il nome del personaggio illuminandosi d'immenso. Mi tornano in mente discorsi carpiti: (due donne, acccento milanese) "gli manca solo biancaneveeisettenani", "gli maaancaa? (silenzio atterrito) e come mai?", "ma sai, glie lo aveva regalato la nonna, ma poi quel giorno lì c'è stata una tale baruffa, che io la cassetta l'ho regalata al cuginétto" (guardando con sguardo severo, allusivo -ricordi- il bambino). Passato un quarto d'ora si torna dentro, tengo a distanza i ritardatari, un padre inferocito mi domanda direttamente in italiano: " Perchè ha impedito che mio figlio ottenesse l'autografo?", fingo di non capire e scompaio. Da sotto il casco sorridente, emerge il volto spento di Christophe, si siede prende un bicchier d'acqua. Gocart fanno il pieno, lamiere ondulate, cemento, si sente odor di benzina, un autobus a due piani, anni trenta si prepara ad entrare in scena, ombre passano, Christophe tace, io anche. L'esperienza del parco è stata brave, genitori ansimanti, grondanti fatica, caricature felliniane, baffoni soddisfatti da farmacista di provincia, occhietti vispi vispi di mammone scosciate, signore Gradisca e le voci, quelle voci da perenne situazione critica (che è l'infanzia), quelle voci arrembanti, segnalazioni permanenti di pericolo, declinanti il medesimo nome di battesimo in tutte le morfologie d'un vocabolario di famiglia che esprima ogni situazione (di pericolo) possibile. Mi dice di andare nel parco, Christophe, lui rimane a parlar fitto con una collega, lo lascio, la faccia è zitta. Un caleidoscopio è la scomposizione di luce in cristalli geometrici. Si dice realtà caleidoscopica e tale aggettivo avrei utilizzato per descrivere il parco, se non mi fosse parso eccessivo. In realtà il parco non scompone nulla, somma simulazioni. A muro di gesso, subentra muro di gesso, che contiene mobili di cartone e ombre colorate che, in qualche occasione, sembrano uomini. Colori non troppo vivi, non troppo smorti, fiori insipidi, probabilmente anallergici, cibi di varia natura plastica e relativa riproduzione artificiale d'odori. Code. Si gira e si vedono medesimi volti esausti, infreddoliti, trainati da bambini entusiasticamente inferociti. Gente che entra nei negozi e spende soldi, che segue con avidità tutto il circolo di spesa, architettato ab origine dalla ditta. Gente che rinuncia ad ogni fattore critico, in una situazione di monopolio economico, non c'è neanche l'elemento sociale del liberismo: la concorrenza. Penso a Norimberga e alla differenza tra fascismo e liberismo, la presenza o meno della libera concorrenza, Disneyland è la realizzazione del sogno fascista. Strade pulite, aiuole in fiore, prezzi calmierati verso l'alto, treni in orario, tutti lavorano, percepiscono il medesimo salario, pagano lo stesso affitto, hanno identiche case, stessi mobili (Ikea), stesse automobili, stesse vacanze e gli stessi amplessi regolati dal governo, un governo che aumenta il prodotto interno lordo, suddividendolo all'interno della classe dirigente e che gestisce rapporti diplomatici con le nazioni confinanti. Ma le file? Le file di gente che aspetta? Sono la potenza rivoluzionaria ... lasciamo perdere, insacco per bene la testa tra le scapole, a recuperare meglio il mio baricentro, divento piccolissimo, quasi trasparente diceva mia madre, quando a passi brevi le comparivo d'improvviso di fronte, nella cucina-penombra del cortile interno del nostro palazzo in inverno. "Show don't tell" sacro principio di chi racconta e Disney racconta, è letteratura, cultura, che mostra e non dice nulla, Theresienstadt si mostra, Ausschwitz è uguale, perchè dovrei fartela vedere? E poi comunque è meglio vivere tutti nello splendore di Norimberga. Incontro Nicola, ha appena litigato con una vecchia che non voleva starlo a sentire, ne ride e m'invita a cena, accetto. Rosaria prende freddo agli elefantini volanti, la guardo di lontano, pare una macchinetta, incolonna gente, ride, sorride e corre come una matta, "le han fatto tutti grandi complimenti" mi racconterà Nicola qualche tempo dopo, sicuramente ne han fatti anche a lui ma non me lo dice. Christophe m'accoglie col volto di marmo, mi guarda e non vede. Appena capisce fugge, poi torna, la gente d'intorno scolora in bitume, i volti son l'ombra dell'ombra, nulla si muove, una maschera di topolino giace per terra. Domandano se me la senta d'andare in scena, sono short (manca gente) Christophe spiega che ancora non sono formato, si tace. "Andatevene allora", dice qualcuno con un volto, "tornate domani." Christophe mi cinge le spalle, c'incamminiamo, non so che succeda, Christophe non mi guarda e non parla, gli altri neanche, saremo sei-sette, sul ciglio di strada in cammino, china la testa, passa un autobus, ma ormai si cammina, nessuno si volta neanche. Mi raccontarono dopo, d'una topolino suicida, trovata impiccata al nastro dorato da pacco regalo, aveva diciotto anni, quasi diciannove, era venuta di primavera, rimasta in settembre, l'avevan convinta a restare, era tedesca. L'han vista tacere sempre di più, così disse Christophe. Non domandai altro, i topolini durano poco. Mangiai con Rosaria e Nicola, raccontai per spiegare il silenzio, loro non dissero nulla, poi piano parlammo di calcio, del Napoli in b, del matrimonio e dei preparativi, m'invitarono, tra una chiacchiera e l'altra fu l'una, andammo a dormire. Il cielo è viola, cupo a rotoli scuri, l'orizzonte ingrigito vomita acqua. Mi copro, Christophe m'aspetta di sotto, "io almeno son di Parigi" mi dice e sorride, vedendomi grondare. "Oggi sessione di te-le-visione" m'annuncia trionfale e di fatto è così. Una tizia mi prende in consegna, mi piazza in una saletta, mostra una pila di videocassette, "questo è topolino" dice, "entro stasera sei pronto ad andar fuori". Mette su la prima, ogni tanto la ferma su posizioni di corpo, di testa, di spalle, di gambe, "la maschera non si muove" dice "sei tu a farla vivere". Poi prende l'enorme testa di topolino e me la mostra da dentro, ha una leva con cui posso farle muovere il naso, ma non devo esagerare, solo un pochino, me la poggia sulle spalle, "inaraca la schiena, sta dritto, se no perdi l'equilibrio!" Aveva ragione Christophe, il mascherone pesa sulla schiena e poi ci sono gli scarponi. Vestito di tutto punto mi muovo un pochino, non vedo quasi nulla, "tanto i bambini ti tireranno dappertutto" dice, accenno a due passi di danza, subito devo lavorare d'addominali per tener dritto il torace. "Bravo, sei pronto, il resto lo impari su scena". Domani non lavoro, vado a Parigi . M'alzo presto, odor di caffè consola l'olfatto, mi vesto di corsa, s'è di riposo. Arrivo alla RER (metro), faccio un biglietto giornaliero (115 franchi), salgo sul treno, a scendere è vuoto. Non ho portato danaro, la carta di credito per ogni evenienza. Parigi è lontana, m'han detto, è lontana fatica e pigrizia. Arrivo. Cerco la Senna, non piove, un grigio del nord domina tutto, un grigio che tinge di verde l'acqua del fiume, che sfuma in bianchi, grigi e neri, che sfuma il rumore. Le bancarelle verdi vendono libri, ritratti di BB, Jim Morrison, qualche stampa di Notre Dame, vecchi romanzi, qualche Maigret. Scendo sul fiume, qualche peniche fa dondolare gerani, non fa freddo, nessuno passeggia, il fiume non scroscia, quello che scroscia è il mar d'auto su in alto. Che sia la Senna si sa, s'immagini il resto, quel che interessa è che un momento mi sia sentito mio padre, un anno a Parigi, nel sessantotto, che mangiava croque-monsieur e viveva d'una borsa di studio. Così raccontò, contento che andassi anch'io li. I bistrots son sempre quelli come le bancarelle, han sempre la loro insegna rossa. Ma se un croque-monsieur costa venti franchi, per sfamarsi ce ne voglion due, quanto prendeva mio padre di borsa di studio nel sessantotto? E Prevert? come faceva ad esser sempre ubriaco nei bar di Montmartre a 25 franchi al bicchiere? Anche Prevert era ricco di suo? Montmartre pullula d'artisti, girano con cappellacci da giornalista sidneyano anni trenta e fanno ritratti ai turisti. Ma Van Gogh, i ritratti a Mont Martre, dove li avrà nascosti, che non se n'è trovato neanche uno, forse quello del ferroviere? Passa uno di quei nuovi Maggioloni della Volkswagen, dentro un'attempato sbarazzino, penso, una macchina da trenta milioni, l'attempato sbarazzino all'epoca girava col maggiolone fracassato. Stesso discorso valga per Montmartre, la gente che la frequenta è la stessa, han più soldi, e si adeguano a se stessi, noi semiintellettuali, nuovi sbarazzini, la nostra Montmartre ce la dobbiamo creare, decantarne i fascini e poi mantenerla, che invecchino solo le nostre faccie, che fra trentanni la Fiat produrrà un nuovo modello di pandino da quaranta milioni, bisogna aver fiducia, all'epoca, persino noi avremo fatto i soldi (o avremo ereditato le ricchezze dei neomaggiolonati ...). Basta. Ci sarebbe da andare alla Defense, alla citè unversitaire, respirare povertà studentesca, intellettualismo, anticonformismo. Non me la sento, una forma di razzismo, mi fa pensare che gli studenti di oggi siano lì, perchè nostalgici genitori sessantottini, ce li mantengono e che noi (lavoratori) si sia per un certo verso più veri, nobili di sofferenza proletaria. Non si schitarri Dylan alla Defense, basti parlare di calcio all'ombra fotografata dello sterminator vesevo a Marne la Vallée. Ricomincia a piovere, si fa buio e son le quattro e mezza, guardo le vetrine sperando di trovar qualcosa di non costoso a consolarmi. Dopo poco insacco la testa, punto il naso lungo il marciapiede e scendo al tepore della prima entrata della metro, la prossima volta verrò a vedere musei. Schiaccio la fronte contro il vetro del finestrino, vedo la bocca, i capelli appena tagliati, la luce al neon, ogni tanto squarci nel cemento, prendo nota di come il cielo continui ad essere. Penso, guardando i pensieri di lontano, come desideri cautamente evocati (e forse lo sono). Mi vedo percorrere, per mano a mia madre, la strada che avrebbe condotto al mio primo giorno d'asilo, vedo Torino percorsa dal vento, vedo architetture incastrate, Norimberga e quegli omini in bianco e nero, ripresi dalla televisione americana negli anni cinquanta come se fossero mostri, resi nefasti agli occhi del pubblico e della storia, omuncoli sconfitti, tanto ridicoli. Possedevano (pare che la scienza confermi) polmoni, braccia, gambe, testa, cervello, cuore! Quegli omuncoli tanto ridicoli pare fossero uomini normali, nonostante le riprese li mostrino terribili o ridicoli. Purtroppo sono distanti anni luce, per incutere una sensazione di pericolo ancora latente. E se quegli uomini, che ora appaiono tanto ridicoli, erano uomini normali, con sangue e polmoni, cosa mai potrà topolino, senza cuore, cervello, senza fegato, con un nasone e orecchie spropositate, cosa potrà mai topolino ora che la sua Norimberga è costruita? Mi scuote un controllore, gli mostro il biglietto, "no, dice, il treno è al capolinea, deve scendere". Scendo, tutto appare desolato, silenziose mandrie di turisti incappucciate in un poncio giallo di topolino (gratis? ma che gratis / 45 franchi) pascolano intimidite dalla pioggia o dal portafogli vuoto (se fosse pieno sarebbero al ristorante o in boutique). Un grande silenzio fa riecheggiare rumori metallici, un bambino salta di mattonella in mattonella. Vado a prendere Christophe, arrivato all'entrata del solito Angar, sento schiamazzi, risate e grida d'orgasmo. Dalle doccie esce Christophe sorridente, "chi è venuto" si sente urlare di dentro, e un altro "vieni c'è spazio anche per te ... ", " è michè, ruggisce Christophe, lasciatelo stare, non è cosa per voi, poi rivolto a me, andiamocene, ride, lasciamoli divertire" ... i rumori si fanno più chiari, le urla anche, si ride di meno, sorrido. Andiamo via. "T'è piaciuta Parigi?" mi chiede, non so che rispondere, non gli farò certo i miei arzigogoli sui rimasugli degli anni sessanta, gli racconto del sogno fatto sul Metrò, ride forte, ha le lacrime agli occhi, ripete "che potrà mai topolino? ... che potrà mai?" e ride, ride d'una risata enorme che riempie l'automobile e fa ridere anche solo di riflesso. Mi dice che sono ancora in tempo per andar via, così, da un giorno all'altro, il primo mese è di prova, se non ti piace te ne vai. Lo guardo sorpreso, non so che dire, "... e tu? ... che fai, diventi Pede?" Mi guarda si rabbuia e risponde sottovoce: "... tanti sono passati, volti veloci rimasti meno di me. Gente, sorrisi, donne scomparse, dolori di pioggia, occhi sconfitti e riconsolati dai miei. Passati comunque e mai ritornati. Comparsi forse in un tempo sospeso, a mostrare conquiste, col sorriso beato di chi ha capito e il sorriso pietoso per chi è rimasto. Io son rimasto, tramortito a sorrisi pietosi, come bocciato, ogni anno. Veniva, l'ho vista passare, la gente del nord. Di giugno scendeva, come acqua al disgelo, scendeva e spargeva sorrisi. Non eran diversi all'inizio, non eran diversi da noi. Eravamo contenti, festeggiavamo, stavamo con donne e scomparivamo. Poi scese giù il primo freddo, la gente del nord, al nord si ritrasse. Noi si svernò, coi doppi guanti e gli occhi ghiacciati. Conobbi allora quelli del sud, gente che resta, che al sud non c'è posto loro. Tante cose ci raccontammo, dell'estate passata, dei nostri paesi. Bella la gente del sud, loro se vanno, vanno più a nord, magari in Olanda a soffrire del tempo e poi parlan francese e la loro lingua del sud e magari anche l'inglese. Io invece rimango, io che parlo solo un dialetto storpiato, parole che si disfano in gola, tra lingua e trachea. L'anno dopo è tornata la gente del nord, avevan sempre vent'anni, non invecchiano mai, cambiano i nomi ma non importa, si può ricominciare, di nuovo si ride, di nuovo si cerca negli occhi speranza e di quelle donne ci s'inamora, non come prima, per un momento, no, ci s'innamora davvero, a sperare d'avere d'amore il coraggio di andare, d'imparare una lingua, magari una lingua del nord, una di quelle che spianan la strada. Ma poi si rimane, un po per viltà oppure per una banalità. S'è scritto, per mesi, in francese, promettendo o dicendo d'aver già comprato il biglietto ma poi nulla più. S'è stati promossi, al freddo del secondo inverno, s'è stati promossi, si guadagnan cinquecento franchi di più. Cinquecento franchi danno il potere, riconoscono impegno, rendono professionisti e si pensa che questo diventi un mestiere, si proprio un mestiere. Così si resta l'inverno, magari per brillare in estate, del proprio nuovo potere. E di nuovo scende la gente del nord, spargendo gli stessi sorrisi. E si ricorda di come insieme si rideva dei capi, quando capi non s'era e si sente il proprio potere svanire in sorriso. Ma ormai s'è (respira) professionisti, s'è come re e come tali s'è soli, che il nostro lavoro è inquadrare pischelli mentre sorridon di noi. Non si dice più nulla, s'è molto più vecchi, le donne le si è conosciute e qualche indirizzo si scorge ancora a colori, nel portafogli, vicino al biglietto del tram. Passa l'estate e di quei cinquecento franchi s'accende un mutuo per l'auto. E gente continua a passare, s'è bravi, si mima simpatia e la sera si sta in casa, che tanto si sa, si finirà a bere, in una casa locale, dopo aver fatto la spesa al supermercato (gli unici soldi che non tornino in cassa alla Disney) che tanto moneta per altro non c'è. Ogni tanto poi si risorge, s'insorge, si compra un giornale, si parla a un collega, si dice quel che si sa, di capi, di soldi e disperazione. Ma poi, appunto, si sa ... e allora si parli di calcio. E tu mi vuoi dire, che a causa d'un sogno sinistro saresti importante? Tu sei gente del sud, più a nord te ne andrai e non tornerai. E se tornerai, vorrai che io venga con te, ma io parlo solo dialetto." Mi guardo intorno, c'è un poster della Disney sopra il divano, qualche pupazzo di pelouches e oggetto sbocconcellato del negozio Disney per impiegati (dove si paga meno la roba difettosa). Una murata di videocassette, grandi titoli americani, qualche commedia, Van Damme e altro. Christophe abita un appartamento di cinquanta metri a Bussy St. Georges, costruito dalla speculazione immobiliare intorno al progetto Disney. Di cittadine nate dal nulla come questa ce ne sono molte, almeno una decina, hanno case da ogni prezzo. Christophe paga relativamente poco, 2500 franchi, con l'aiuto dello stato per i salari minimi. È un privilegio questo per il quale si aspetta di solito qualche anno. Tutta la speculazione edilizia intorno alla Disney funziona così, si costruiscono case di superficie ridicola, si vende a prezzi altissimi che vengono compensati dagli aiuti dello stato, visto che tanto alla Disney si guadagna solo il salario minimo garantito (smic) non ci si può sbagliare, basta che una coppia voglia comprare casa, che due salari si uniscano ed ecco che lo stato mette a disposizione gli aiuti ed è possibile accedere a mutui trentennali. Ed eccoli i grandi amori economici, gente che dopo due settimane che si conosce, comincia a vivere insieme per risparmiare i soldi di un affitto, di una macchina, di una televisione, che dopo un anno si compra casa perchè il rimborso del mutuo è comunque minore dell'affitto. Coppie che, nella maggiorparte dei casi funzionano per forza d'inerzia economica, che quando si rompono, provocano tali catastrofi, che subito diventano universalmente note, paradigmi funzionali al sistema che faccian passare ogni velleità di separazione e che riducono anche quelle 12 ore quotidiane di tempo libero ad un tempo da sopravvivere prima di tornare al lavoro. Le otto del mattino, oggi do una mano a Rosaria a far girare le attrazioni, me lo han detto ieri sera. Incomincio alle dieci. Il cielo è sempre lo stesso. Ho deciso di misurare i tempi cosiddetti morti. Faccio colazione, mi rado (la barba lunga non è permessa), mi vesto (8.30), scendo a prendere l'autobus, arrivo alla fermata, aspetto quattro minuti (8.40), l'autobus fa il solito giro e arriva in stazione, sono le nove, cinque minuti a piedi, entro nell'area Disney dalla porta di servizio (9.05), aspetto la navetta per andarmi a mettere il costume di scena (ovviamente obbligatorio per tutti), arriva (9.09), mi porta al customing (9.14), scendo entro, e vado al mio armadietto per prendere gli indumenti sporchi, torno al bancone all'entrata per farmene dare di puliti (senza quelli vecchi non mi danno nulla), devo parlare con tre persone, una per la camicia, una per giacca e gilè, una per i pantaloni, ottengo tutto (9.25) arrivo al mio armadietto, contento che non ci sia stata fila, mi cambio, stipo gli abiti civili dentro al "locker" (così lo chiamano in onore al folclore) e torno giù, alle nove e trenta sono alla fermata e aspetto la navetta che mi porti all'ufficio dove mi si è detto di andare, arriva sei minuti dopo, alle nove e quarantadue arrivo, ho diciotto minuti di tempo morto in cui mi spiegano cosa debba fare, due chiacchiere, qualcuno fuma, ore dieci, si comincia. Il tempo passato fino a questo punto non è retribuito, una mezz'ora d'indennizzo forfettario, mi pare a nove franchi (tremilalire), stesso discorso valga per la sera (Do the best of it). Facendo due conti, in una giornata ho bisogno di due ore per andare, due per tornare, otto ore son lì, una di pausa pranzo. In costume non è permesso uscire dal parco e poi anche se fosse permesso, in un'ora non potrei andare da nessuna parte. Sostanzialmente, avendo poi bisogno di minimo nove ore di sonno, a recuperare una giornata passata alle intemperie locali, rimangono tre ore libere, faccio mente locale, passate fin'ora sempre con Nicola e Rosaria, tranne ier sera con Christophe. E meno male che abito vicino, c'è gente che viene ogni giorno da Parigi. Comunque pare che le cose cambino, presto saranno introdotte le 36 ore settimanali, pare che allora, con affluenza di pubblico ridotta (bassa stagione) si lavorino quattro giorni a settimana 10 ore, mentre in alta stagione cinque giorni, sette ore e rotte, diciamo che nella distribuzione del tempo il conto debba tornare sull'arco di un anno. Tornerà. Per gli impiegati cambierà poco, tranne che per quei periodi con tre giorni "off" (si ringrazi sempre il folclore) in cui però di ore libere in una giornata lavorativa non ne rimarrà neanche una: 10 ore di lavoro, un'ora di pranzo, 4 fra andare e tornare, 9 di sonno, una per cena e mezz'ora di colazione, restan trenta-quaranta minuti di tempo libero. Snocciolo i miei calcoli a Christophe, mi guarda interdetto, non aveva mai fatto il conto e non aveva mai sentito nessuno farlo. "Scrivi a un giornale", mi dice, sorride e sa che non lo farò. Qualche giorno dopo mi dirà, in una pausa taciturna, "è il sonno che ti frega, è vero dormi nove ore, lavorando di fuori, specialmente in inverno ne hai assoluto bisogno, ma non ne puoi mica fare una recriminazione sindacale e poi il viaggio, come fai a fare una vertenza sul tempo che perdi per andare al lavoro, posto anche che la geografia e quindi anche il progetto urbanistico del posto ne siano responsabili, cosa fai? Un cameriere è obbligato a mettere la divisa, ma si cambia nel retrobottega del bar e il bar è davanti alla fermata del tram con cui arriva, due minuti ed è pronto, ma non puoi cominciare a combattere contro la divisa ... bisognerebbe combattere contro l'urbanistica oppure farsi retribuire, come ore lavorative, il tragitto casa-ufficio." Ho finito i soldi. Siamo a inizio mese e i due milioni che m'ero portato sono finiti. Ho una scorta di spaghetti, la tessera del tram e l'affitto pagati fino a fine mese. In teoria dovrei poter sopravvivere, ho 15 unità di tessera del telefono. Il salario sarà versato l'ultimo venerdì del mese, il 28. Vado a trovare Nicola, facciamo due chiacchiere, gli dico dei soldi, mangiamo, andando via m'infila in tasca di prepotenza trecento franchi. Non li posso rifiutare, non ho nulla, mi dico che non li spenderò e li metto nell'appartamento, nascosti. Notte. Non dormo, due milioni in una settimana, il mese prossimo uno e otto, come farò? "Ti ci abituerai, dice Christophe, e poi se ti trovi una donna dividi le spese." Quel che aveva spiegato qualche giorno fa. Basterebbe un amico, ma magari poi una donna se la trova lui e se ne va lasciandomi in braghe di tela. Ma dove son finiti due milioni in una settimana? ...bianco ... l'affitto, la cauzione, bianco, ah già la cauzione e poi c'è la costruzione di tutti quei muri, la spesa, quei muri chilometrici bianchi, la carne, muri che bisogna fare sorvegliare, il pane, e quindi riflettori, conserve, cani pastore, il telefono, l'esercito, e quei muri infiniti, infiniti, lungo i quali passeggio, a Parigi, quei muri e quel campo, ricordi?, incendiato dai riflettori, coni di luce, battono a terra, milioni, salgono e scendono mentre cammino, ah ma ecco che mi viene incontro una guardia col cane, guarda come tira, cani di razza, mi punta e la guardia mi urla qualcosa, qualcosa in tedesco, mi pare, non so ... continuo, ma ora sono più in basso, la guardia ha continuato trascinata dal cane, ma io sono sceso, speriamo che non passi un riflettore, c'era una porta, una porta di qua, nel progetto, ricordo, dopo due ore in cammino, viene una porta, ma perchè voglio scappare? ... ho paura d'un riflettore pagato ben due milioni. E quelle mani ... m'han detto, quelle mani passate in silenzio, quelle mani bestiame, ah ecco un raggio ... e un altro, e un altro, tutti puntati su di me, non stavo scappando, non stavo scappando "Herr Hitler was tuen Sie dort?" la stessa domanda di prima, della guardia col cane, ma io non parlo tedesco e non stavo scappando e poi questi baffi, fastidiosissimi sotto al nasone e le orecchie "... was tuen Sie dort? ... dort? ... ort?" il nasone? le orecchie? due milioni in mura bianche da far controllare coi cani, ma io non ho mai avuto baffi e una voce mi chiama, mi chiama: "Herr Hitler?" mi volto, mi volto, mi volto, mi volto. Mi volto e giù in basso trafitto da un raggio di mitra, ... È viola il cielo, da dietro il riquadro che d'estate pare si apra. Un viola in movimento di masse, che indica vento, freddo e prossima pioggia. Non so che m'abbia svegliato, non ricordo più nulla, il viola del cielo m'ha liquidato la notte. Ho male alle ossa, forse covo un raffreddore oppure son solo stanco. Forse dovrei chiamar casa, ma ho 15 unità, una telefonata da farmi durare fino alla fine del mese. Altri quindici giorni, oggi sono di scena. Correvano come già visto, ma di quegli occhi incendiati d'immenso non vidi nulla da sotto il mascherone, Christophe mi pilotò all'inizio, sentivo il peso della maschera, dovevo firmare autografi, coi guanti bianchi imbottiti, m'ero allenato. Poi d'un tratto vidi un nugolo d'ombre, sentii urla e uno strattone alla giacca, alzai gli occhi a cercare Christophe, si parò davanti a me uscimmo. "Bravo, mi disse, sei andato benone". Ore, ore passammo ad entrare ed uscire, entrare ed uscire fino all'imbrunire. Eccomi dunque topolino, mi guardo allo specchio e mi vedo, la testa, le orecchie, il naso che ho imparato a muovere, già a muovere, che un giorno, non ricordo quando, sentii un solletico di baffi, di baffi, che strano, ispidi e duri ed ero su scena e non potevo ridere, ne grattarmi, ricordo d'intorno i muri bianchi del parco, gente che mi guardava e mi chiamava in tutte le lingue, in francese, italiano, tedesco, si tedesco, ricordo, mi chiamavano ... che strano eppure oggi in scena ci sono andato per la prima volta. Mi seggo su una sedia di fronte allo specchio, mi tolgo la testa, i lacci e mi aspetto di trovarmi la maschera ignifuga da pilota di formula uno, invece trovo la mia testa, minuscola rispetto al resto del costume, ... sarà ignifugo il costume? ... tolgo anche il resto, la giornata finisce, vado a cambiarmi, salut Michè, saluto lo specchio. Arrivo a casa, i piedi fan male, puzzo dolciame, son stato vicino al diffusore d'odore sintetico di cornetti caldi tutto il giorno. Faccio scorrere l'acqua, il bagno si riempie di vapore, mi stupisco di fronte allo specchio di vedere me stesso, ho gli occhi stanchissimi, il bagno è bianco, arriccio le labbra sotto al naso, a tapparmi le narici, il vapore sta coprendo la mia immagine, mi avvicino allo specchio, la barba mi cresce pochissimo, mi rado anche ogni tre giorni, le pareti bianche del bagno grondano acqua, al massimo un pochino sotto il naso, prendo il rasoio, pulisco un angolo di specchio e mi tolgo quei quattro peletti ispidi e neri sotto le narici. Vado sotto l'acqua. Il vapore quasi mi soffoca, l'acqua scotta, sento odor di bagnato e il caldo e sudore, sudore, l'acqua che scroscia. Ma è vapore o nebbia e la luce è sempre quella del bagno? Sento freddo, e i muri son bianchi, ma perchè s'è spenta la luce al soffitto? ... il vapore pare illuminarsi di luce locale, tutto d'intorno invece fa buio e il rumore di doccia, come una radio che vuole captare ... senza riuscire. Ho freddo e non distinguo più nulla, la luce, l'acqua, la nebbia, giro il rubinetto per chiudere l'acqua ma è la radio che finalmente si sintonizza e capta una musica ... pare, in lontananza. Apro la cabina della doccia e allo specchio mi vedo verdastro nel vapore, quasi marrone e di nuovo lo strano prurito sotto al naso. A tentoni lungo le mura bianche ... del bagno ... c'era una porta, ricordo, nel progetto ... la trovo, la apro, arrivo nel letto, mi sdraio, fisso il soffitto e mi addormento. M'hanno spiegato durante la formazione che topolino piace ai bambini perchè evoca in loro l'istinto di protezione, pare abbian fatto delle ricerche in merito. E io che pensavo ci fosse inculcato da piccoli, senza possibilità di svicolare, dalla pubblicità, dalla onnivora onnipresenza del suo segno. Mi piacerebbe vederla questa ricerca, su quali parametri, in base a quali domande e a quali manifestazioni sia stata fatta. E poi perchè mai evocherà istinti di protezione? Topolino, perchè è piccolo? Indifeso? E chi ha detto che topolino è piccolo e indifeso? Ma chi ne ha parlato mai di topolino? Dove sono le ricerche nel DNA del gene di topolino innato e indispensabile, istintivamente ispiratore di istinti protettivi? No perchè se no ordino una controperizia che affermi che topolino suciti istinti omicidi. "La topolino tedesca, quella suicida, come si chiamava?" Chiesi cadendo dalle nuvole a Christophe. "Gianna." Rispose e poi tacque gelandomi dentro ogni altra domanda, lo guardai negli occhi, non abbassò lo sguardo-minaccia col quale aveva declinato il mio nome al femminile. Gianna, ne risi zitto e pensai: topolino, e poi, che se i miei m'avessero chiamato michele, sarebbe rimasto michè. Non pensai altro in quel momento, ma quando poi tornai a casa, nello specchio pieno di vapore non riuscii a vedere il mio sesso e tra le nuvole di fumo, vaporoso si specchiò in coincidenza del mio petto un seno. Un piccolissimo seno da adolescente, da diciottenne alta un metro e cinquantadue. Non sento più nulla. Respiro a fatica. Il fumo m'ha spaccato i polmoni. Sono lucido (Pausa) e mi tengono ore a parlare, non devo, deglutisco, dormire, ... mi dicono. "Ma ora son stanco (Pausa, respiro) un pò dovrò risposare". D'intorno i muri son bianchi. Qualcuno porta mia madre, le parlo, le dico quel che è successo: "Nessuno, pare, li abbia visti (...) arrivare. (Respiro) Erano tanti, almeno quattro, uno (Respiro) mi si avvicinò come al solito per chiedermi un autografo, (...) non vidi nulla, (Pausa) ma d'un tratto sentii odore di benzina (...) e in un momento le fiamme. E li sentivo gridare "Ca va Mickey, t'as assez chaud?" E ridevano, li sentivo ridere a crepapelle (Respiro) mentre d'intorno la gente gridava, dice Christophe, io non potevo vederli, che per qualche secondo (Pausa) m'hanno fatto cordone intorno, in maniera che non mi si potesse soccorrere". Mia madre tace, tra i muri bianchissimi e l'eco del vuoto d'intorno, l'eco di vuoto a luci costanti, orizzontali, passano passi di fuori li sento, zoccoli medici o forse stivali. Già stivali tra i muri d'inverno, tra i muri di Norimberga, la nebbia e i fari, con l'omino in uniforme tedesca, vedo dall'alto la scena, qualcuno che grida: "Herr Hitler" e l'omino si gira e si vedono i baffi, baffi da omino intristito, con gli occhi fissi che guarda. Poi porta una mano al collo e la infila sotto la pelle a frugare, dopo poco si vede la testa girare, si sente uno scatto, si alza e sotto la maschera coi baffetti e lo sguardo fisso, c'è il volto mio, ci sono io. "Ein Verräter" sento gridare e vicino a me compare un soldato, con nasone ed orecchie, che urla Verräter e comincia a sparare. Giran le mura d'intorno, gira Norimberga, gira quel topolino sguaiato, soldato che spara gridando, gira mia madre, severa e zittita dal tutto. In mezzo alla piazza mi accascio dicendo qualcosa di non importante, di deprimente, una frase d'un uomo incendiato e quindi perdente: "assumetene un altro, che i topolino durano poco". Apro gli occhi guardo Christophe e sorrido, "andiamo più a sud a scaldarci davvero, a scaldarci col sole del porto, che pare batta anche d'inverno, vieni con me andiamo a Marsiglia, le parisien ils le comprendent la bas aussì." Tito Gandini, no © 2000